La bella addormentata di Friburgo

Quella di Alter Friedhof è una leggenda amara, come un valzer in SI bemolle. Ed è una leggenda senza fatti. Anzi, ce n’è uno: un fiore fresco ogni mattina, tra le braccia di una vergine, dal 1876. Passano le stagioni, la terra si popola di una nuova umanità mentre il mondo attraversa le porte del millennio. Ma il fiore – ogni giorno diverso – è sempre lì, posato sulla tomba di Caroline Christine Walter, la bella addormentata del cimitero di Friburgo. 

Ma chi era Caroline Christine? Quale segreto custodisce il rito dei fiori? E quale mano si cela dietro alla leggenda della bella addormentata?

Nata a St. Nikolaus vicino a Opfingen nel 1850, la ragazza visse lì alcuni anni prima di trasferirsi a casa della nonna, a Gartenstraße 4, a Friburgo, alla morte dei genitori. Nel 1865 sua sorella maggiore Selma sposò il vedovo Carl Christoph Schleip – musicista della cappella imperiale di San Pietroburgo, possidente terriero e immobiliare – e andò a vivere con la coppia nella proprietà del facoltoso cognato, a Breisacher Tor. Affetta da tubercolosi, morì sedicenne «il 19 agosto [1867] alle 17» come ha lasciato scritto Schleip in un diario inedito.

Alla notizia della morte, Selma e Carl diedero mandato a Anton Burghart – il più celebre scultore funebre di Friburgo – di realizzare una lapide avente le sembianze della ragazza.

Venne il giorno del funerale. Il piccolo cimitero faticava a contenere la folla. Quando fu il momento dell’acqua benedetta, la sorella ebbe un fremito, cadde svenuta. Fu un gendarme a raccoglierla, senza più lacrime, davanti a una comunità immobile. Tutto era silenzio. Nemmeno la eco cittadina: il crepitio dei carri, il vociare dei balordi, gli schiamazzi dei bambini. Niente.

Al termine delle esequie, il cimitero sprofondò sotto una cordigliera di nubi gonfie di pioggia: un dolore impossibile da sopportare, la cassa ricolma di fiori e dentro i resti della piccola sciagurata. Ma non piovve.

Il giorno della posa giunse il carro, trainato da due cavalli. Gli addetti cimiteriali avevano predisposto il necessario sul luogo della tumulazione: assi, corde, martelli e chiodi. Fu fatta scendere la paretina posteriore del mezzo e il cippo, spinto dai garzoni di Burghart, iniziò a muoversi sopra i cilindri fino a prendere la via dei legni che l’avrebbero portata a terra, come su uno scivolo. Ci fu un gran lavorio di braccia e tiranti per collocarla sopra il basamento concavo che doveva ospitarla. Qualche ora dopo, la statua era al suo posto, alle spalle del muro perimetrale esterno, lungo una stradina appartata del cimitero di Alter Friedhof, sulla via che dal Reno porta alla Mosa.

Fu allora che Caroline, un po’ civettuola, si mise in mostra la prima volta. Era distesa su un giaciglio, dormiente e a grandezza naturale; le gambe incrociate sotto il drappeggio, il braccio sinistro poggiato sul seno, l’altro disteso, tra le dita un libro che sembra destinato a cadere, senza più presa. Il sorriso enigmatico del volto, l’incarnato sensuale delle labbra, i boccoli sulle spalle nude: lo scalpello aveva taciuto lo strazio della malattia. Caroline era bella, bellissima. Come la pietra che le aveva rubato l’immagine.

Fu un tempo mesto. Il tormento per la piccola era sincero e per ogni lamento, a ogni preghiera, sbocciava un fiore sul granito freddo. Fino a che la memoria delle cose sbiadì spegnendo i colori. Fu allora che ne rimase uno. La mattina del lunedì, del giovedì, della domenica e dell’altro lunedì, tornò il fiore sul cippo di Caroline. Non più fasci o corone, uno soltanto. Poi fu il tempo della semina e del raccolto, della vendemmia e del grano e fu l’anno dopo, il 1868. Furono guerre, dittature, pacificazioni e parlamenti e fu il Novecento. Fu di tutto, perché tutto e tutti precipitavano verso la fermata del secolo breve, ma non veniva giorno senza la rosa o il ciclamino.

Quale delicatezza; un fiore muto al sorgere dell’alba. Il culto fu presto notato, le congetture si fecero irriverenti. Anche Selma, ormai vecchia, volle sapere. Chi poteva essere così devoto da mantenere fede a una promessa senza gratitudine, per il solo fatto di saperla esaudita? Com’è possibile amare senza essere amati?

Quante cose non sappiamo di Caroline. I suoi occhi, per esempio. Non conosciamo il colore, la forma, cosa abbiano visto. Sono rimasti nella pietra assieme alle sue paure, i falsi entusiasmi, gli sprazzi di felicità. Ha amato? Quanto? Come? E quel fiore che la va a trovare, giorno dopo giorno, immutabile come una legge di natura, c’entra qualcosa?

Si disse che a venerarla sarebbe stato un professore, impazzito per la morte dell’allieva più bella che amava segretamente. Quando gli anni furono troppi, si disse che prima di morire l’uomo avrebbe dato mandato ai figli di onorare la memoria della prediletta. Quando gli anni furono troppi, si disse che prima di morire i figli avrebbero dato mandato ai nipoti di fare come loro. Quando gli anni furono troppi, si disse che sarebbero stati i lavoranti del cimitero a rendere omaggio alla più bella di Alter Friedhof. Quando gli anni furono troppi, si disse che sarebbe stata la cittadinanza ad aver perpetuato quel gesto semplice e bello. Quando il tempo si disciolse nel millennio, si disse che Caroline aveva reso il mondo un posto migliore e, dagli angoli più remoti della terra scendevano folle oceaniche per officiare la liturgia del fiore.

Oggi Caroline è leggenda. La sua storia triste ha attraversato i secoli e mosso a compassione le coscienze, ha nutrito le promesse degli innamorati, ha regalato al mondo una pagina di speranza. Perché a tutti è dato il sogno di un amore. E finché ci sarà qualcuno disposto a crederlo, il mistero della bella addormentata non avrà fine. 

Stefano Loparco

Cosa ne pensi di questo articolo?