<<Se non sapete, tacete>>. Pier Paolo Pasolini
Avrei potuto scrivere questa… analisi, riflessione, studio, immersione nel libro di Stefano Loparco (il termine critica, affermo sempre e con convinzione, non mi piace poiché contiene in sé già l’idea di una negatività da cercare a tutti costi) già dopo la lettura di poche pagine, sempre aderente a quella verità assoluta di Londoniana memoria e all’onestà intellettuale eredità etica e morale di Pier Paolo Pasolini, ma lo avrei dichiarato, suscitando le solite critiche e polemiche di chi cerca di detrarre ciò che non riesce a comprendere o non conosce.
Non trattando di me o di una mia opera, ci tengo a mantenere un grande rispetto verso l’autore, la fatica per le lunghe ricerche, gli spostamenti dalla sua casa ai confini con la Slovenia per intervistare persone, vedere luoghi, accedere a documenti, fotografie, ricordi mnemonici, nostalgici e aneddotici… il rigoroso storicismo tedesco non pagherebbe per un lavoro su un uomo che ha lavorato duramente sul campo ma anche su suggestioni, Gualtiero Jacopietti, ovviamente.
“Francamente me ne infischio” Rhett Butler.
L’ho così terminato, con piacere, con calma, assaporandolo, sviscerandolo, tornando a rileggere un brano, sottolineandolo, compenetrandomi con il testo, cogliendone ogni sfumatura, voltandomi di scatto, talora, meravigliato che Stefano non fosse accanto a me a narrare e io a chiedere e richiedere.
Questo è l’unico modo per comprendere e interpretare un’opera, sia essa un libro, come in questo caso, un film o qualsiasi altra rappresentazione dell’animo umano, fondersi con essa per poi riemergere e abbandonarla per un po’, e riacquisire quella freddezza che non spezzi la capacità di analisi.
Molti di voi, spero, ricorderanno Carlos Castaneda, l’antropologo di origine messicana, in realtà statunitense, che negli Sessanta e Settanta descrisse le sue ricerche e gli incontri con uno Sciamano attraverso un’iniziazione e la trasformazione di lui stesso in un medicine-man. Criticato dal mondo accademico, non riconosciuta la sua innovativa forma di ricerca, forse personaggio inesistente o alter ego-pseudonimo di un qualche studioso in cerca di fama e diffusione di una nuova modalità di fare antropologia, la cosa poco importa. La ricerca partecipante sul campo è indispensabile ma se lo studioso si fonde con l’oggetto-soggetto della sua analisi e diviene come Castaneda uno sciamano, perde quel distacco necessario per rielaborare poi il “materiale” e operare l’interpretazione, passo fondamentale dopo l’osservazione iniziale.
Cosa c’entra Carlos Castaneda con “Graffi sul mondo”? Più di quanto sembri poiché Stefano ha agito come un “perfetto” antropologo, lavorando sul campo, osservando, raccogliendo una mole impressionante di materiale, scritto, vocale, fotografico e video, immergendosi nel suo lavoro ma riuscendo poi ad allontanarsi, a mantenere quella seppur lieve lontananza necessaria per non perdere la lucidità mentale dello studioso.
Non amo le definizioni, limitanti come le categorie di genere, ci sono debordazioni, valicamenti di confini, contaminazioni letterarie, e la letteratura nel senso più pieno del termine è sempre prioritaria come arte e forma espressiva e riesce, come in questo caso, a offrire una visione illuminata di una produzione filmica. Non è quindi una recensione, forma di scrittura troppo legata a regole e a principi limitanti, decisi da un giornalismo “cinematografico” stereotipato, sintetizzato e lontano dalla crasi che Stefano Lo Parco è riuscito a creare: ottima scrittura, ricerca scientifica e antropologica assieme. Questo scritto è un’analisi profonda che non obbedisce a nessuna regola pre-imposta e la sua “narratività” andrà colta come la necessaria simbiosi del viaggio diacronico ed emozionale compiuto dall’autore.
“Non esistono libri morali o immorali. I libri o sono scritti bene o sono scritti male, ecco tutto”. Oscar Wilde.
“Graffi sul mondo” è scritto bene, molto bene, con una struttura compositiva ricca ed elaborata ma fruibile anche da un pubblico non specialistico. Cogliendo le sfumature mi accorgo che Stefano ha tutte le capacità per sviluppare uno stile di altissimo livello espressivo e linguistico; è stata una scelta armonica, la sua, giungere a un livello da non superare affinché un pubblico più vasto possibile possa accedere a questo racconto di arte e vita; dimostrazione di saper padroneggiare l’arte compositiva con particolare maestria, cosa sempre più rara nel deludente panorama letterario italiano dove troppi scrivono senza saperlo fare.
Qui nasce la differenza fra un dilettante, che scrive come fosse un diario scolastico da tenere nascosto (“Scrivo per me stesso”), e un professionista dotato di talento e conoscenza: un anelito interiore che, come la febbre reale e psichica di Michelangelo durante il meraviglioso affresco della Cappella Sistina (se qualcuno non si è perso nella contemplazione sino ai dolori cervicali per nutrirsene, non lo dica per pudore) fa affiorare un germe creativo incontenibile, ma scrive, deve farlo, anche per un pubblico il più vasto possibile.

Uno scrittore può definirsi tale se possiede talento e ha la capacità di elaborare un testo e compiere ricerche. In genere non mi piacciono i libri sul cinema, a parte poche eccezioni, soprattutto quelli italiani, perché scritti da appassionati o esperti che siano, con fare compilatorio, estensioni delle solite riviste di settore, con nozionismo informativo e nessuno o pochi approfondimenti, introspezione e soprattutto mancanza di quella capacità antropologica necessaria quando si espongono dimensioni del vivere.
“Graffi sul mondo” essenza e storia di un uomo singolare, Gualtiero Jacopetti, è una di queste poche, pochissime eccezioni.
“La moda è un tentativo di omologazione guidata.” Roberto C. Deri
Stefano ha trattato di un uomo particolare; Gualtiero Jacopetti era intelligente, colto, dinamico, sapeva muoversi in ambienti duri e difficili e le accuse di fascismo, maschilismo ed essere un conservatore, sono superflue e poco attente ai reali significati di questi termini e all’analisi del contesto.
Ecco perché l’autore è stato antropologo, perchè ha saputo interpretare il contesto culturale micro e macro, di un’epoca, quella della gioventù di Gualtiero, profondamente diversa dall’attuale e non può essere giudicata e compresa con parametri di riferimento contemporanei, ma soltanto aderendo al sentire proprio di quel momento storico-culturale e socio antropologico.
Jacopetti non era fascista, di certo non comunista in un periodo in cui esserlo riportava il pensiero al grigio estetico e morale della povertà imposta dal regime totalitario sovietico; era un uomo libero, atletico, energico che ha giocato col mondo della “Dolce Vita”, ma al tempo stesso ha saputo trascorrere, per piacere e non solo per lavoro, lunghi periodi in viaggi avventurosi in luoghi selvaggi vivendo spartanamente. Ed è proprio da queste esperienze, e dal quel 1962, rimasto impresso nelle menti di molte persone, quando scomparve in Nuova Guinea il ventiquattrenne Rockefeller durante le ricerche per la sua tesi di laurea in antropologia sull’antropofagia, che nacque il desiderio di creare un lavoro di letteratura visuale su argomenti scabrosi e poco conosciuti con un forma che potesse interessare il pubblico e avere successo.
Il cannibalismo è ben lontano dalle estreme, truculente e totalmente sbagliate visioni dei film del filone “cannibalesco” che hanno distorto la reale identità di tante etnie, riducendole a mostri sanguinari. Nulla di più lontano dalla realtà: a tutt’oggi non è mai stata dimostrata l’esistenza di un’antropofagia a carattere alimentare, bensì solo rituale.
Guardando con attenzione in particolare i primi lavori integrali di Jacopetti, Mondo cane, La donna nel mondo, le scene di cannibalismo aderiscono alla loro reale dimensione di ritualità.
Un po’ romanzate? Forse. Alcuni reportage veritieri? Assolutamente sì. Un tono talora spiritoso, altre volte teso alla suggestione del gusto dell’esotico? Sì, e allora? Mondo cane è del 1962, lontano anche dagli ottimi documentari di Bruno Vailati, contemporaneo ai primi di Folco Quilici, seri ma a volte noiosi. Conosco le opere di Vailati e Quilici e li stimo come professionisti, ma preferisco Vailati, in particolare il suo “Uomini e squali” del 1975. E non sto divagando, i raffronti e la comparazione sono elementi necessari in un’analisi.
Gualtiero Jacopetti, fu giornalista, anche di giornali commerciali, ancora negli anni Sessanta, pochi erano in grado di esserlo, si era pagati bene e si poteva girare il mondo, non c’è nulla di sbagliato in tutto questo, soltanto le accuse errate nei suoi confronti da parte degli intellettuali arroccati in fumosi cine-club e refrattari al sole e alla vita all’aria aperta. (Certo raffrontando la loro vita con lo squallore e la volgarità contemporanea, e la damnatio memoriae di geni della letteratura e del cinema a favore di personalità e opere mediocri quando non pessime, correrei a rintanarmi in quei cine-club).
Riesce a guadagnare bene, viaggiare e conoscere personalità, politiche, dello spettacolo, del mondo della cultura, gli vengono aperte le porte dei salotti letterari e il suo percorso cinematografico rimane unico perché non dirige mondo-movie, non inaugura un filone ma crea un sistema unico, personale ed originale di fare documentari dando attenzione al sensazionale per suscitare l’interesse del pubblico, conscio che questa miscellanea sia necessaria per diffondere il suo progetto e percorso.
Anche questa è una dimostrazione d’intelligenza e Stefano Lo Parco, ci illustra con minuzia l’impegno fisico e mentale che lui dedicherà alla realizzazione dei suoi lungometraggi. Un manciata di pellicole:
Mondo cane (1962)
La donna nel mondo, co-regia con Paolo Cavara e Franco Prosperi (1963)
Mondo cane 2 (1963)
Africa addio (1966)
Addio zio Tom (1971)
Mondo candido (1975)
Operazione ricchezza (1983)
Soddisfazioni e un dolore non compreso dai soliti mass media e dalla massa, (persa come sempre negli estremi mentali e culturali allora conditi di moralismo, perbenismo, quando non d’ipocrisia, oggi tesi a esaltare e osannare opere scadenti a scapito di un valore dimenticato o non evidenziato)…. 1961, un terribile incidente automobilistico stronca la vita di Belinda Lee; lui è alla guida dell’autoveicolo, lei, bellissima, ha solo 26 anni, lu 42 non è un’avventura ma una storia d’amore intensa e voluta.
Ma Gualtiero è un uomo forte, coraggioso, con una dignità inscalfibile, il suo dolore è lacerante, vissuto nel profondo del suo essere senza chiedere aiuti, pietà o dover dare giustificazioni.
E la sua indole viene tratteggiata negli interstizi con abilità da Stefano, illustrandone le luci e le ombre, i drammi e le gioie, il suo “infischiarsene” delle convenzioni sociali e delle regole fatte a beneficio di pochi, o di molti, ponendo sotto i riflettori la sua presunta incoerenza….
<<La coerenza è l’arte degli imbecilli>>. Oscar Wilde
Ovviamente la coerenza citata non riguarda la dignità e la statura morale che possono ergersi ben al di sopra di un “allineamento” dal sapore “aziendale”.
Fine prima parte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...