Quando ero un ragazzetto, in casa mia entrava, ahimé, ‘Il Giornale’ di Montanelli. E nelle pagine degli esteri leggevo le corrispondenze, sempre piuttosto defilate come collocazione, di un tale Gualtiero Jacopetti, che si vantava di frequentare il dittatore di Haiti, e una volta parlò dei bordelli di Bangkok specailizzati in ragazzine/i. In pratica era una guida con tanto di indirizzi e tariffe, tant’è che qualche giorno dopo venne pubblicata la lettera indignata di un pio lettore (e quanti cattolici leggevano ‘Il giornale’ dell’ateo Indro). Non so se Indro tirò le orecchie al suo vecchio amico Gualtiero. Che in seguito identificai come il regista di ‘Mondo cane’ (che penso vidi di lì a poco, credo su qualche TV privata in seconda serata: non mi cambiò la vita). Poi scoprii anche che questo Jacopetti negli anni Sessanta faceva cinegiornali dove insultava Pasolini e che gli capitava a tiro con un sarcasmo sempre untuoso e sgradevole (e ben riprodotto in ‘Io la conoscevo bene’, dove ne fa le spese la povere Adriana). Uno che al cumenda Angelo Rizzoli sibilò: ‘Hai prodotto una bella merda’, riferendosi a ‘La dolce vita’. Uno che ‘L’Espresso’ accusò di avere fatto la regia di fucilazioni vere per il documentario Africa Addio.

Ho un bel po’ di pregiudizi nei confronti di Jacopetti. E ho cercato di affrontare la lettura del saggio-biografia Graffi sul mondo di Stefano Loparco (Il Foglio letterario, pp. 340 € 16) con mente serena. Di alcuni dei fatti sopra riportati non si trova traccia nel libro, ma non ne faccio una colpa all’autore che ha raccolto una mole impressionante di materiali, e si è sforzato di essere il più equilibrato possibille. Ed è proprio riguardo l’episodio più famigerato, quello di Jacopetti che ferma un’esecuzione per cambiare l’obiettivo o trovare la luce giusta, che faccio la scoperta per me più illuminante. Era tutto falso. A questo, certo, ci si poteva arrivare da soli. Così come era opera del giovane Rambaldi il bonzo che si dà alle fiamme in ‘Mondo cane 2’. Ma non sapevo che Jacopetti, in tribunale, aveva a lungo esitato a svelare il falso, per paura di sputtanarsi. Lui era quello che mostrava la dura, scomoda faccia della realtà; ammettere di avere ricostruito era peggio che passare per complice di una strage. E qui che si può cogliere la vera natura di un uomo che anche dopo le 340 pagine di Loparco continua a sembrarmi refrattario a ogni fascino e simpatia. Uno che non è mai stato un perdente, ma che evidentemente aveva un grano di follia inquietante. Comunque un buon soggetto per un film (come quello che su di lui girò Cavara: ‘L’occhio selvaggio’). Dobbiamo partire da qui per rivalutare Jacopetti? Loparco ci crede, e ci si butta. Libero di farlo. Il libro, per quanto montato uncredited da Alejandro González Iñárritu, ha un suo perché al di là dei pareri personali, perchè è davvero ricco, informato ed equilibrato, ripeto, nel ricostruire i punti più controversi, come la disputa tra Cavara e Jacopetti su chi fece cosa in ‘Mondo cane’. Ma sia lecito far un appunto. Loparco plaude il ‘processo di storicizzazione’ avviato da una critica che finalmente ha deposto i pregiudizi ideologici. E infatti sul treno della rivlutazione di Jacopetti hanno fatto in tempo a saltare tanti, più o meno insospettabili, dal ‘Foglio’ a ‘Dagospia’. Perchè oggi anyting goes, le accuse di fascismo non fanno più paura e anzi vengono ostentate come medaglie al valore. Ora, lungi da me la nostalgia per una critica ideologica che, a cominciare da Aristarco, ha fatto danni incalcolabili. Ma se le ideologie non le rimpiangiamo, la politica invece sì. Non ci si può illudere che esista una ‘storicizzazione’ apolitica, ma è ancora peggio storicizzare senza conoscere la politica. Per rivalutare Jacopetti, Loparco lo definisce ‘liberale’. Certo, se Montanelli era liberale, lo era anche il suo amico Gualtiero. Che non era facista, perché l’8 settembre era andato con gli americani. Che non era fascista anche se poi aveva militato nel MSI (linea Almirante più che Rauti….). Che non era razzista, perchè lui, argomenta Loparco, non odiava e sbeffeggiava solo i negri: in realtà odiava anche gli omosessuali, i comunisti, gli intellettuali, i democristiani (salvo poi votare contro il divorzio, con la classica coerenza del berluscionano ante litteram, puttaniere in privato e clericale in pubblico), e in generale l’umanità tutta. Ma non era un fascista, cacciamocelo in testa ore che le ideologie sono finalmente carta straccia: era un nichilista. Uno della stessa pasta di Nietzsche e Céline. Bene. Rivalutiamolo. Ma per favore non diciamo che era un liberale. Non facciamo rivoltare nella tomba gente come Gobetti, Croce, Salvemini, Brancati, Flaiano, Bobbio, che per la cultura e la società (due cose che uno come Jacopetti non sapevano dove stessero di casa) italiana hanno fatto molto, molto, molto di più di Jacopetti. Gente che ha da dire ancora qualcosa a questo paese di sfruttatori e mignotte in cui Jacopetti si è molto divertito. Beato lui: ma ore requiescant in pace, e cali l’oblio.

Alberto Pezzotta
Critico cinematografico
Blow Up, giugno 2014

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