In ricordo di Umberto Jacopetti

Umberto

«Ammirevole, bravo, gentile, un vero signore» – così lo ricorda Umberto Jacopetti, per un breve periodo di tempo, procuratore generale per i beni della famiglia a Barga. E la stima di quel lontano parente appare sincera. L’anziano si commuove rievocando l’assegnazione del «San Cristoforo d’Oro», la massima onorificenza che l’amministrazione comunale assegna ai barghigiani meritevoli. Jacopetti l’ha ricevuta il 23 luglio del 2001; quel giorno, sfilando davanti alle massime autorità cittadine, il cineasta – in elegante abito scuro, camicia bianca e cravatta regimental – aveva ritirato il premio dalle mani del sindaco, motivo indelebile d’orgoglio per il signor Umberto.
Da allora sono trascorsi oltre dieci anni e molte cose sono cambiate. Gualtiero se ne è andato e Umberto è un uomo stanco. Parla a fatica, l’udito è fragile, i ricordi come inghiottiti in un pozzo nero. Colpa di una labirintite sopraggiunta all’ictus che lo ha colpito nel 2010. Umberto oggi trascorre gran parte delle sue giornate disteso a letto chiuso nella sua casa di Mologno, piccola frazione di appena cinquecento anime, vicino a Barga.
Gli ho telefonato una mattina di maggio. Mi piaceva l’idea di concludere il mio libro con la testimonianza di un outsider, fuori dagli ambienti vip e privo del rango di amicizia dietro al quale, non di rado, si nascondono malcelati opportunismi. Ammiratori e detrattori, critici, e intellettuali, stavolta avrebbero saltato il giro.
La telefonata si è svolta in un clima cordiale. Mi sono presentato facendo riferimento al mio libro su Jacopetti.
«Chi, Gualtiero?» mi aveva chiesto secondo quell’antica liturgia della spontaneità tipica di chi vive in provincia.
«Si, Gualtiero», avevo risposto imbarazzato per quella confidenza, nel mio caso, ingiustificata.
E Umberto si racconta. Ricorda con ammirazione quel parente con cui ha diviso tanti bei momenti in gioventù. L’ammirazione, poi, diventa orgoglio quando rammenta che Jacopetti era uso presentarlo ‘in società’ come cugino, «anche quando andavamo in comune» – dice lusingato. E quel salto nella gerarchia familiare, ottenuto senza indugio, era agli occhi di Umberto il segno tangibile della riconoscenza dell’illustre parente. Riconoscenza coronata con la più ampia delega fiduciaria; alla morte dei genitori di Gualtiero, Umberto – racconta – è stato nominato procuratore generale per i beni della famiglia sul territorio di Barga. «Si trattava di alcuni terreni in montagna, qualche appezzamento, poca roba».
Mentre parla, capisco la fatica a cui lo sto sottoponendo. La voce, dolce e pacata, a tratti gli si smorza in bocca. Di tanto in tanto mi chiede di ripetere la domanda. Temendo d’affaticarlo gli propongo d’interrompere la telefonata e di riprenderla quando ne avesse avuta voglia. Ma Umberto non mi ascolta. Non può. «Gualtiero era un uomo perbene, un vero galantuomo. Con tutti. Proveniva da una famiglia molto in vista, il padre era direttore di una banca qui a Barga. Vivevano in una bella casa presa in affitto, la villa Pieroni, nella prima periferia del paese anche se trascorrevano molti mesi nella loro villa a Torre del Lago Puccini».
Della loro infanzia ricorda poco: «Gualtiero era il figlio secondogenito di Francesco e Teresa Jacopetti. Aveva una sorella maggiore, Giuseppina, che poi ha vissuto a Firenze». Gli chiedo se è ancora in vita. Dice di no ma non sa dirmi quando è morta. Ricorda invece di alcuni parenti residenti a Livorno, non conserva il numero di telefono, m’invita a contattare il comune.
«E del cinema?» – gli chiedo. «Gliene parlava?»
«No, non lo faceva. E a me non interessava. Per me Gualtiero non era il personaggio, l’uomo di cinema. Era mio zio e io gli volevo bene come – credo – lui ne volesse a me. Ci teneva alla mia amicizia, sa?. Era una persona davvero speciale…».
«In che cosa era speciale?» – gli domando.
Le parole gli si smorzano in bocca un’altra volta. Forse fatica a deglutire. Poi riprende: «Gualtiero era un uomo intelligente, buono e gentile. Aveva modi raffinati e un comportamento educato. Era un galantuomo»
La voce dolce, quasi un cantilena, le pause lunghe, quella memoria in lotta con la malattia. Il mio senso di colpa.
«Umberto, lei è molto gentile – gli dico – ma non vorrei abusare della sua disponibilità. Se crede la contatterò la prossima settimana».
«La prego, lo faccia» – mi dice tenero – parlare di Gualtiero mi trasmette tanta serenità».
Mi tornano in mente le parole di Marcellino Ragogna, storico paparazzo romano e memoria della Dolce Vita che un giorno mi aveva detto: «Per quanto l’ho conosciuto io, era un vero signore, dai modi garbati e di animo nobile».
La locandina di Africa addio alla parete, sulla scrivania gli articoli de L’Espresso nella mente i fotogrammi di Addio zio Tom. No, lassù nella piccola frazione di Mologno, cuore della garfagnana, nella casa del signor Umberto, di Jacopetti – il giornalista cinico e spregiudicato – non c’è traccia. La memoria è tutta per Gualtiero, lo zio buono e galantuomo.
«Già signor Umberto – rispondo. Parlare di Gualtiero trasmette tanta serenità».

Copyright © Stefano Loparco. Tutti i  diritti riservati. Tratto dal libro Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo (Ed. Il Foglio)

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