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L’autore lo conoscete, Simone Scafidi; i suoi film – Eva Braun e Zanetti story solo per citare gli ultimi -, anche. Ma non tutti sapete che, a proposito di Klaus Kinski – Del Paganini e dei capricci, Simone la pensa così…

«Klaus KinskiDel Paganini e dei capricci» è un libro che ha il pregio di partire da un film per raccontare un mondo. Anzi, più mondi. Quello di Klaus Kinski, quello dell’arte che incontra l’ossessione, quello del talento che va a braccetto con la cialtroneria, quello dell’amore che muove dall’insicurezza per arrivare alla violenza. E anche il mondo del cinema italiano di fine anni ’80, un’epoca nella quale inclassificabili e azzardate operazioni prendevano forma nelle macerie dell’impero.

L’altro grande pregio del lavoro di Loparco è quello di una scrittura scorrevole, ma sempre densa. Le sue pagine si leggono rapidamente, eppure si ha il desiderio di tornarci sopra poco dopo. Ricco di fonti edite (le biografie e autobiografie di Kinski; i giornali d’epoca, etc…) e di contribuiti raccolti dall’autore, il libro riesce ad essere quello che il film “Paganini” non è stato: il racconto di un momento della vita artistica di Kinski che diventa la resa dei conti di tutta la sua esistenza.

Loparco ha il merito di affrontare Kinski studiandone tutte le contraddizioni, dando lo stesso peso alla statura artistica dell’attore (ragionando sulla sua formazione, sui suoi monologhi e sull’uso della voce, sulla sua produzione poetica), e alle sue debolezze. L’autore non dà giudizi sommari, eppure il suo pensiero su Kinski appare chiaro tra le righe.

E poi è un libro che davvero racconta non solo di un film limite, ma anche di un cinema della devastazione. Un filo che lega le produzioni di Augusto Caminito sabotate da Kinski – da “Nosferatu a Venezia” a “Grandi Cacciatori”, passando per l’incompiuto e tardo lacrima movie “Il ponte di San Francisco” – al “Cobra Verde” di Werner Herzog (e il regista tedesco è anche protagonista di un divertente e inedito aneddoto a Venezia).

E se il film “Paganini” rimane davvero un’opera impossibile da rivalutare – anche se nella visione del dvd tedesco, che unisce edizione cinematografica+copia lavoro uncut(?)+ backastage, il tutto assume una sua forma quasi affascinante – il libro lascia tante domande stimolanti. Una delle quali, sicuramente, è chiedersi che cosa sarebbe stato il “Kinski-Paganini” realizzato nel 1980 con l’annunciata produzione di Alfredo Bini, altro uomo di grande talento destinato alla sconfitta.

E alla fine resta il ricordo, sgradevole e inopportuno, di Klaus Kinski. Un uomo che, come dice Herzog, per quanto geniale come Marlon Brando o Orson Welles ci mette paura perchè nella nostra società non è previsto nulla di simile…

Simone Scafidi

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