L’ampiezza e la contemporanea profondità del testo offrono al lettore uno strumento puntuale per accostarsi a Iacopetti e insieme invitano a riflessioni suscitate da elementi formali e cronachistici – date le analisi dell’Italia dell’epoca, cinematografica e non, e delle componenti artistiche costitutive e periferiche delle pellicole (locations, trattamenti, difficoltà con la censura ecc.). Per esempio, se è vero che in Iacopetti la massa anonima diviene protagonista del film, è inevitabile pensare a questo cardine del suo cinema come a un carattere tipico dell’estetica totalitaria (senza che la definizione indichi necessariamente un aspetto negativo, trattandosi di arte): basti ricordare 18BL, megarealizzazione teatrale con la regia di Blasetti che fece del mezzo meccanico (un autocarro) e delle masse (“Teatro di masse per masse”) l’ideale fascista di spettacolo (1934). Visto da lontano, l’individuo diviene formica con la quale è impossibile empatizzare, ma che è invece possibilissimo dislocare qua e là – a seconda delle necessità dei piani quinquennali – come faceva Stalin. Lo spostamento di medium da Blasetti a Iacopetti è significativo: a società agricola corrisponde teatro, a società industrializzata cinema. Sempre in ottica estetica, l’importante aneddoto su Klein trova una sua centralità, questa volta sul versante critico, colpendo la debolezza congenita dell’arte contemporanea: la presunta scomparsa dell’evidenza tecnica nell’opera, dell’abilità artigianale dell’artista, a favore di una trovata che ne dissimulerebbe appunto l’incapacità. Nel caso specifico, essa viene smascherata dall’ironia di Iacopetti (oggi decisamente datata), che non fatica a farsi beffe della monotonia del “blu”, delle modelle nude esposte al pubblico come pennello d’artista e del costo esorbitante dell’opera. Egli la critica indugiando su ciò che davvero interessa agli spettatori dell’epoca (le donne nude), eros che l’ “artista” ipocrita ammanta di arte fasulla dalla quale ricava anche una montagna di quattrini, suscitando così una doppia invidia nei poveracci in sala. Fermo restando che tutto ciò che può esser dissacrato deve esserlo, a un pubblico avvertito e non ingenuo (come quello che esce dalle pagine di Graffi sul mondo) la decisione sulla sensatezza o meno della critica.

Gianfranco Galliano

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