Il metodo di Loparco è quello di allestire una sorta di panopticon democratico e documentatissimo nel quale il lettore può scegliere la zona o le zone d’interesse da approfondire per proprio conto: nel suo Klaus Kinski, vuoi per l’eccezionalità e le sfaccettature del personaggio, vuoi per l’abilità dell’autore nel condurci nei suoi meandri senza scartarne nessuno, troviamo in forma accentuata questo procedimento: per gli amanti della cultura popolare proliferano le testimonianze (spesso di prima mano) del Kinski più noto presso il pubblico italiano, quello dei western e dei gialli; per gli amanti delle star colte nel loro privato si sprecano gli aneddoti che non hanno mai nulla di pruriginoso o estemporaneo, ma mirano a ricostruire in forma il più possibile organica un’esistenza complicata e contraddittoria; agli appassionati dell’alta cultura è dedicato il suo rapporto con la cinematografia herzoghiana, alla quale Kinski ha dato anima e vita più di ogni altro lasciandoci le gemme Aguirre e Woyzeck… senza dimenticare, naturalmente, i rari cultori di quel Paganini che dovrebbe essere, e in effetti è, il punto d’arrivo di tante fatiche. Ma a Loparco questo non basta ancora: con l’aiuto di Giuseppe Gavazza si addentra nel Kinski più estremo – questa volta in termini estetici –, ovvero il monologhista, dotato di una sensibilità vocale che lo colloca in prossimità di Schönberg e Bene attraverso la phoné, nella quale “Kinski forza la propria voce ad un parlato che canta”. Talento di un uomo “attraversato da altre vite “perché in lui, come negli uomini omerici, “le azioni dello spirito e dell’anima si sviluppano per effetto delle forze agenti dall’esterno, e l’uomo è soggetto a molteplici forze che gli s’impongono, che riescono a penetrarlo” (B. Snell); egli non sente ancora la propria anima come luogo di origine delle proprie forze, ma semmai le riceve come un dono naturale dagli dei: proprio a causa di questo continuo spossessamento, di questo io debole, vuole creare Paganini per cristallizzarsi una buona volta, per divenire un io forte attraverso un modello forte: dopo Villon e Cristo, identificazioni per difetto o eccesso, ecco l’identico che finalmente promette di non lasciarlo solo: “è stato un incontro con me stesso”. Sappiamo tutti com’è andato a finire.

Gianfranco Galliano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...