Sono passate un po’ di settimane da quando ho finito di leggere il libro Il corpo dei settanta: il corpo, l’immagine e la maschera di EDWIGE FENECH di Stefano Loparco (Edizioni Il Foglio, 332 pagine, bianco e nero, € 18,00). Non ne ho scritto subito perché ho preferito “allontanarmi” temporalmente dalla lettura, che mi aveva interessato ma anche, in più punti, irritato.  “Magari mi passa”, mi sono ingenuamente detto… A pagina settantuno sono tentatissimo dal mollare il libro, ché mi tocca leggere: “Lo Sconosciuto (1975), primo fumetto pornografico pubblicato in Italia”. Perché io capisco che si voglia (e si debba) contestualizzare tutto, anche (se non soprattutto) la carriera di colei che fu responsabile di uno dei più massicci sollevamenti delle masse italiane di tutti i tempi (Edwige Fenech, ovviamente e sì: c’è un doppio senso), ma se l’autore scrive certe cazzate su un argomento che conosco bene (Lo Sconosciuto non è un fumetto pornografico, anzi, non è nemmeno erotico, e in ogni caso non sarebbe stato il primo: Jacula è stata pubblicata nel 1969, Zora la Vampira nel 1972, Lando nel 1973….) come posso fidarmi di quello che scrive su tutti gli altri? Fosse solo quello, il problema: gli approfondimenti sono troppo lunghi (che senso ha pubblicare TUTTA l’ultima lettera di Aldo Moro alla moglie, in un libro sulla Fenech?) e lo stile di scrittura di Loparco… insopportabile. Che poi l’autore è il primo che, dopo averne più volte sottolineato le (legittime? non lo sapremo mai) ambizioni attoriali (“è impiegata in forza della sua bellezza, da registi che non ne hanno colto la personalità, e stanti così le cose è costretta ad adeguarsi alla sceneggiatura, senza riuscire a imprimerle una propria identità”), tende talvolta a limitare il “fenomeno Fenech” alle sue tette. (che è comunque un bel “limitare”, eh?). Mi ritengo una persona di discreta cultura, con buona padronanza della lingua italiana e la conoscenza di parecchi termini desueti (tipo “desueti”, ecco!). E allora perché mi sento un bambino dell’asilo, che deve andare a cercare il vocabolario ogni cinque minuti? Che senso ha scrivere “fenomeno neghentropico” in un libro dedicato alle tette di un’attrice protagonista perlopiù di filmettini senza nessuna pretesa? E intitolare un capitolo “Mitopoiesi del “corpo di Fenech”? Cosa vuol dire “Mitopoiesi” e, soprattutto: perché non me lo spieghi? Vuoi proprio farmi usare il dizionario? E mica solo quello italiano, ché l’autore dà per scontato che tutti noi, che abbiamo spiato per anni il corpo di Edwige sotto la doccia beandoci delle facce buffe di Alvaro Vitali, si sia fatto almeno il Liceo Scientifico e ci si ricordi le basi del latino: cos’è la “lectio magistralis”? magistralis = magistrato? no: forse non si parlava di questo film… E poi: nessuna spiegazione del perché venisse sempre doppiata quando la sua voce ha sì un accento francese, che però non toglie nulla al suo fascino, anzi. Non dico di aprirci un’inchiesta ma, vista la facilità con cui si possono rintracciare i protagonisti del cinema di quel tempo, almeno un paio di dichiarazioni da parte di un regista, di un collega o, magari, sue (come ha vissuto la cosa? e, ritenendosi un’attrice sottostimata: quanto ne era frustrata?). La Fenech resta la più grande attrice di tutti i tempi (sì, vabbe’: c’è un filo d’esagerazione ma… con tutte le soddisfazioni che m’ha dato…..) o meglio, come l’ha definita Morando Morandini: “Edwige Fenech, attrice, per definizione, al di là dal bene e dal male“. Beh: ormai l’ho letto e me lo tengo ché la vita della Fenech, seppure perfino banale sotto il profilo amoroso (pochi uomini, a quanto pare, per il sogno erotico di almeno due generazioni) si rivela comunque interessante (la fuga da bambina dall’Algeria, il matrimonio a diciassette anni, un figlio avuto da un padre mai svelato, i tentativi di passare al cinema “maggiore”…). E pensare che per Laura Antonelli, un altro dei sogni erotici di quegli anni (che ha avuto una vita molto più complicata di quella di Edwige: e certo che le storie tragiche emozionano più di quelle “normali”), Simone Cristicchi è riuscito a scrivere una canzone spettacolarmente bella come questa (…)  No: non mi aspetto la stessa vena poetica di Cristicchi… e capisco la passione per l’attrice e per i propri ricordi di gioventù. Ma ne Il corpo dei settanta io ho trovato la ricerca di una scrittura complicata immotivata e, in fondo, autocompiaciuta (e, quindi, a mio parere, semplicemente antipatica). Poi di certo sarò io che esagero, eh? E non mi risulta ci sia grande scelta, se si volesse leggere una biografia della Fenech, ma l’impressione è quella di un libro profondamente sbagliato.
Dal blog: I am the marius

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