In occasione del novantaseiesimo anno ultraterreno di Gualtiero Jacopetti.

La paura e la speranza

Non l’ha mai temuta. In fondo si fiutavano da sempre. Aveva con lei quella consuetudine che ha sempre avuto per le cose della vita, belle e brutte. Ci sono. Basta accettarle. E lui, laico da sempre, l’aveva accettata come naturale argine all’esperienza umana. «La vita è carne» – aveva detto – col suo proverbiale cinismo. «Poi ci metti qualche cosa che salva la faccia» ma, insomma, la vita è quella cosa lì: carne, istinto, muscoli e cervello. Eppure c’era qualcosa nella morte che non gli piaceva, per nulla: lo spettacolo dei resti dopo la sua fine. La sola idea lo terrorizzava quanto il pensare di morire in solitudine, due fobie che gli consumavano le ormai piccole energie di ultra ottuagenario. Ne parlava spesso, anche in occasione dei rari dibattiti pubblici, come a esorcizzare l’angoscia ma sapeva che, prima o poi, anche il suo volto avrebbe assunto quell’aspetto scempio e sconveniente che troppe volte aveva visto negli altri. Difficile capire le radici di paure così ingiustificate e irrazionali, praticamene inesistenti nella letteratura medica, sintomo però di forze impetuose che agiscono nel profondo. Lui che aveva visto la morte in faccia decine di volte, l’aveva documentata, forse anche ‘evocata’, lui che pensava che la vita fosse solo carne, non accettava la mancanza di compostezza che la morte decreta. O forse non accettava che si stava avvicinando il giorno in cui non sarebbe più stato lui a dettare le regole del gioco. Poi quel giorno è venuto. Le sue condizioni destavano preoccupazione da mesi. Era reduce da una lunga convalescenza a causa di una brutta frattura al femore. Nel maggio del 2011, tre mesi prima, era caduto. Era solo in casa.

Lo hanno trovato in pessime condizioni, riverso a terra, due giorni dopo. Trasportato in una piccola clinica non distante dall’abitazione, era entrato in coma. Ma da lì a qualche giorno sorprendentemente si era ripreso. In quella circostanza Giampaolo Lomi aveva organizzato una squadra di assistenti che lo seguivano notte e giorno. Ad agosto le sue condizioni erano nuovamente peggiorate. E stavolta non c’era più nulla da fare. Il giorno di ferragosto una telefonata proveniente dalla casa di Jacopetti raggiunge il cellulare di Lomi. E’ un assistente. Gli dice che il ‘dottore’ vorrebbe vederlo. «Ma come? Ci siamo visti ieri. E poi sono in partenza per la Sicilia…» – gli risponde. Ma l’assistente insiste. E’ il ‘dottore’ a volerlo – gli spiega. Il tempo di organizzarsi e Lomi raggiunge la casa dell’amico. Jacopetti è in terrazzo. Gli fa cenno di sedersi accanto a lui. Poi chiede all’assistente di scattargli una foto. Poi un’altra e un’altra ancora. Scattate le foto, Jacopetti lo ringrazia e gli augura buon viaggio. E’ il suo addio. Due giorni dopo, il 17 agosto del 2011, a novantun’anni Gualtiero Jacopetti si spegne nella sua casa romana, quella di sempre, in via Monte delle Gioie. Così Lomi ricorda, commosso, quell’ultimo incontro:

«‘Caro Giampaolo, chissà? Forse non finisce proprio tutto così… Magari ci aspetta un’altra dimensione…’. – mi disse quel giorno Gualtiero. Il volto sereno, lo sguardo dolce. Capii che aveva accettato l’idea della morte. Io non aggiunsi nulla anche perché ero commosso e non trovai utile aggiungere nessuna parola. Preferii rimanere in silenzio e gli carezzai la testa. Mi prese la mano in mano e la strinse fortemente. Mi allontanai dopo poco e l’ultima parola che aggiunsi fu: ‘Ciao Gualtiero, ci vediamo appena torno dalla Sicilia’. Lui non mi rispose e mi guardò mentre mi allontanavo dal terrazzo. Tornai a casa con la sensazione che cercavo di scacciare, che non l’ avrei più rivisto. La sera dopo, giunto ormai a San Giuliano, mentre cenavo mi chiamò al telefono Carlo Ricci uno dei suoi tre badanti, che io gli avevo fatto conoscere qualche mese prima quando lui aveva finalmente deciso di avere un aiuto permanente in casa, e mi disse: ‘Il tuo grande amico ci ha la-sciati alle cinque del pomeriggio’. Stavo cenando e mi interruppi. Andai nel parco da solo a passeggiare pensando a lui con qualche flash di memoria del lungo passato di Haiti. Mi commossi. Poi andai a dormire e il giorno dopo parlai con la figlia, Cristina. Parlai anche con Prosperi che ebbe parole affettuosamente accorate per l’amico e collega di tante avventure. Passai qualche giorno e al mio rientro a Roma ci furono i funerali. Ho pensato molte volte a quelle sue ultime parole: Forse non finisce proprio tutto così… Magari ci aspetta un’altra dimensione…’ Fu una conversione? Non credo. Credo piuttosto a una espressione di speranza, forse di paura e anche di dolore ed avrà anche lui pensato che non ci saremmo più rivisti. So che Giovanni Volpi aveva tentato più volte di farlo avvicinare da un prelato del Vaticano, ma lui si era sempre rifiutato. Poi un giorno per contentare l’amico ricevette questo prelato col quale parlò per un po’. Non so cosa si dissero. Lui non me ne fece accenno e volli rispettare il suo silenzio. I problemi spirituali appartengono all’individuo e sono per me sacri e inviolabili. Non credo però che la vista del presule abbia cambiato il suo convincimento di sempre. Ma è un mio parere personale e non ha nessun valore…»

Cala il sipario sulla vita di Gualtiero Jacopetti. Il cane non morde più. Non sappiamo a cosa abbia pensato in quegli ultimi istanti di vita. Ci piace pensare che i tanti nodi che rinfocolavano quelle fobie senili, tracotanti e irrazionali come tutte le paure che albergano nel profondo, si siano finalmente sciolte nella speranza di poterla rincontrare. Lei che aveva lasciato mezzo secolo prima nel terrapieno di un’autostrada californiana. Lei che aveva visto rientrare in Italia dentro a un pacchetto avvolto nel nastro adesivo fino a scomparire inghiottita nell’incavo della tomba. Ma soprattutto lei, morta tra le braccia di un anonimo ispettore di una compagnia di elettrodomestici e non fra le sue, che amava. Non è possibile sapere a cosa Jacopetti abbia pensato in quegli ultimi istanti di vita. Sappiamo però che aveva organizzato tutto. Da tempo. E al di là dei testamenti e dei lasciti, al di là della sua eredità artistica e culturale, al di là delle mille e più polemiche che hanno accompagnato tutto il corso della sua lunga e tormentata vicenda umana, il suo ultimo desiderio si è realizzato proprio nella morte quando il suo corpo, dietro indicazione del giornalista, è stato tumulato nell’unico luogo al mondo in cui avrebbe voluto essere: nel cimitero degli inglesi di Roma. Accanto a Belinda Lee.

Il giorno dopo, appresa la notizia del decesso, la contessa Olga Di Robilant gli ha scritto una lettera aperta . L’ultima.

Ciao Gualtiero,
lo vedi adesso che non tutto finisce come credevi? Lo vedi che c’è un seguito forse migliore della vita terrena? Ergo, che ti piaccia o meno, gli amici pregheranno per te e si diranno Messe in tuo nome tra Roma, Venezia, Bolgheri e chissà dove altro ancora. Ti ringrazio in ritardo per la tua email che fece seguito ad un mio articolo contro le manifestazioni del gay pride e una piccola intervista che concessi a non so quale canale e che riguardava la tua persona. Dissi che eri ‘macho’, scivolando in un luogo comune modaiolo che certo non era nel tuo stile (o nel mio, se per questo…). Il tuo perdono arrivò con una frase che rispecchiava il tuo umorismo: ‘Un abbraccio molto virile’. Grazie Gualtiero per essere stato un amico speciale e anche qualcosa di più, e sempre eccezionale. Mi regalasti a suo tempo l’elogio che preferivo, senza indugiare sulle mie possibili doti fisiche; dicesti che io ero ‘molto intelligente’ il che, venendo da te, era davvero un complimento prezioso, specie considerando il tuo quoziente intellettivo che mandò in tilt mezzo mondo con i tuoi film provocatori, i tuoi Mondo cane e Africa Addio, i tuoi documentari e il cinegiornale Settimana Incom, che prendeva per i fondelli tutti i miti della allora café society (da te deve essersi ispirato Antonio Ricci per il suo ‘Striscia la notizia’). Appartenevi a quella categoria di uomini affascinanti che non hanno bisogno di mostrare bicipiti palestrati e tatuaggi, ma che sono possibilmente più attraenti vestiti di tutto punto, addirittura con cravatta e colletto candido, magari concedendo all’occhio femminile qualcosa di più quando apparivi in sahariana nelle tue avventure africane. Eri un uomo integro, coraggioso, forte che sapeva dividersi in due tra il playboy e l’innamorato totale, come accadde per te con Belinda Lee, che non hai mai smesso di adorare. So che verrai sepolto accanto a lei perché lo hai chiesto e tanto basta a definire la tua sostanziale monogamia di sentimenti e coerenza morale. Eri anche un uomo con profondo senso di responsabilità e per questo ti sei sorbito un periodo di galera che non meritavi, ma non voglio soffermarmi su quell’episodio. Piuttosto va detto che tu sapevi anche essere un amico dalle spalle possenti e le braccia aperte quando serviva, ed è quanto mi rende oggi particolarmente grata, anche se non ci siamo visti per decenni pur parlandoci al telefono. ‘Hai la voce di una ragazzina!’ esclamavi; ed io: ‘Anche la tua non è cambiata un granché’. Non si invecchia vocalmente, suppongo, anche se il fisico ci tradisce con cattiveria, il che però ci concede di comunicare nel tempo distraendoci dal nostro aspetto e riportandoci al passato. Ciao Gualtiero, ti ritengo oltremodo fortunato per aver avuto una vita piena, lunga, senza compromessi o debolezze. Mi verrebbe da dire ‘buon viaggio’ se non fosse un assurdo ripetitivo, considerando i viaggi in terra che hanno costellato la tua esistenza con previsioni azzeccate e verità scomode, ma genuine e sconvolgenti. Hai raggiunto infine Belinda e mi piace immaginarvi insieme felici per l’eternità. Non posso dire altro, perché la tua biografia è già ‘on line’ e potrei solo ripetere quanto altri narrano meglio di me.

PS: Non accludo le foto di te anziano, come si sono viste nei diversi articoli, ma come amo ricordarti da giovane quando ti conobbi.

Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo (Ed. Il Foglio)

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