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Mostar, dicembre 1994. Gian Maria Volonté sul set de Lo sguardo di Ulisse di Theo Angeloupolos.





LULTIMO SGUARDO

Gian Maria Volonté, firma

Estratto del nuovo libro di Stefano Loparco (di prossima pubblicazione)




«Dopo questo film di Angeloupolos, non farò più niente, almeno qui in Italia. Non voglio nemmeno più condividere, con la mia presenza in questo paese, quello che sta avvenendo. Intendo sottrarmi, senza per questo pretendere di dire chissà che cosa o fare dichiarazioni, penso di andarmene in silenzio e basta».

Gian Maria Volonté, 31 ottobre 1994

                                                                                                               

gvmGian Maria aveva un antidoto per ogni malanno. Era un unguento che veniva da un paese lontano, il balsamo di tigre di Singapore. Quando qualcuno incorreva in un male di stagione o si prendeva un accidente qualsiasi, ecco spuntare fuori l’unguento miracoloso che Gian Maria somministrava con aria compiaciuta. Anche su di sé. Ma dove non riusciva l’unguento, quando il male di vivere sembrava scorticarlo, era l’abbraccio di Velletri a dargli conforto, un paesone di nemmeno cinquantamila anime a quaranta chilometri da Roma sulle pendici dei colli Albani e che agli occhi di Gian Maria aveva preservato tutta la sua vocazione popolana e partecipata.

Meneghino di nascita, giovinetto a Torino e romano negli anni del grande successo, Velletri è entrata nella vita di Volonté nel 1987, da quando si era trasferito nella villa che fu di Eduardo De Filippo assieme alla sua ultima compagna, l’attrice Angelica Ippolito. Donna di gran temperamento e dal fascino enigmatico, Angelica. Donna di bellezza e tempra formidabili, la madre, Isabella Quarantotti – anche lei attrice e scrittrice –, convolata in terze nozze proprio con Eduardo. Amava molto quella tenuta di campagna al civico 29 di contrada Colle Ottone, Gian Maria, anche per quella storiella che gli era stata racconta; prima dei Volonté la casa era stata abitata da alcuni celebri nomi del mondo dello spettacolo, da Anna Magnani a Andreina Pagnani e, appunto, De Filippo che nella campagna laziale trascorreva gran parte della stagione estiva. Una progenie tanto illustre che l’attore avrebbe voluto celebrare con l’affissione di una targa accanto alla porta d’ingresso, ma non ce n’è stato il tempo…

Quando non era in giro per lavoro a Gian Maria piaceva dedicarsi alle tante incombenze della tenuta cui non mancava mai di aggiungerne una. Per necessità, per ingannare la noia. Ma se c’era una cosa che lo faceva stare veramente bene era cucinare. Era il suo modo di darsi alle persone che amava. «Che pappa ci mangiamo oggi?» – era la prima domanda che seguiva il risveglio. Poi s’infilava in cucina a monitorare il fabbisogno quotidiano. Se nei paraggi c’era Maria Serangeli – governante di Eduardo De Filippo prima e di Volonté poi – ne discuteva assieme e finiva sempre col suggerirle una nuova ricetta, una sua personale rielaborazione culinaria. Faceva anche una paella straordinaria che lo rendeva particolarmente vezzoso agli occhi dei suoi ospiti. Servire i piatti cucinati, però, rappresentava solo la celebrazione di una liturgia consolidata nel tempo: spesa la mattina, verso le 11 e nel pomeriggio, alle 16. Due volte al giorno. Da sempre. E non c’era verso di fargli cambiare idea. Angelica ci aveva provato chissà quante volte ma poi, davanti alla faccia fintamente desolata del compagno, soccombeva: «Dai, dai, Angelica andiamo a fare la spesa!». E via alla solita Coop. Spesa veloce al carrello, pagamento alla cassa e di nuovo verso casa? Niente affatto. Gian Maria sfilava tra i banconi con l’aplomb del topo di biblioteca, rimirava le carni, il pesce, il bollito come tomi preziosi e sceglieva il prodotto solo dopo aver discettato le qualità organolettiche del prodotto col salumiere, il macellaio o il pescivendolo, come in un dibattimento di laurea. Con la stessa meticolosità aveva formato la sua selezione di vini che giaceva in bottiglie riposte ordinatamente sulle rastrelliere dello scantinato della villa, luogo in cui trascorreva le ore. Amava le cose genuine, Gian Maria. L’olio che sa di olio, le fettuccine fatte a mano, il vino buono, le cose semplici, insomma. Amava anche l’opera lirica, tra i compositori Wolfgang Amadeus Mozart e il suo Don Giovanni. E se da qualche parte in paese, in qualche bar o a casa di un amico, c’era una partita a scopone o a poker – andava matto per il gioco –, probabilmente c’era anche lui a dar di carte nella sua consueta mise: giaccone da marinaio, tuta e scarpe da ginnastica, la sola ‘divisa’ che Volonté abbia mai indossato.

Era fatto così Gian Maria, un uomo splendidamente complicato che a Velletri aveva ritrovato il senso di una storia autentica, ricca di tradizione: sezione di partito, associazione, trattoria, bar; non c’è luogo proletario che Volonté non abbia frequentato. Amava circondarsi della gente comune, senza filtri o sovrastrutture: semplicemente gli piaceva stare dalla parte di chi non sarebbe mai finito nei libri di storia. Era semmai diffidente con chi, la storia, s’incaricava di scriverla. Per inclinazione naturale; per le delusioni ricevute. Come quella volta, nell’agosto del 1991, che un sedicente amico politico si era rifiutato di farsi riprendere assieme a lui fuori dall’ambasciata russa dove l’attore era precipitato appena diffusa la notizia del colpo di stato contro il presidente Michail Gorbačëv. Forse la presenza di un divo internazionale del calibro di Volonté era troppo ingombrante per l’immagine ‘operaistica’ del deputato comunista che al sopraggiungere dei reporter aveva ben pensato di dileguarsi tra la folla. O quell’altra volta ancora, nella primavera del 1992, in cui il suo nome era stato cassato dalla corsa alle imminenti elezioni del Parlamento europeo. Dopo aver caldeggiato – e ottenuto – la sua candidatura, il Partito democratico della Sinistra aveva fatto quadrato attorno alla figura di Enrico Montesano che, infatti, finirà tra i banchi di Strasburgo giusto un paio di anni, il tempo di dimettersi, lasciare definitivamente il partito e la Sinistra italiana. E quell’operazione di Palazzo Gian Maria l’aveva interpretata nell’unico modo in cui era possibile farlo: all’icona internazionale del cinema impegnato, il partito aveva preferito il volto rassicurante di un comico che in quegli stessi mesi stava pubblicizzando il suo nuovo film Anche i commercialisti hanno un’anima con Renato Pozzetto.

Per Volonté lo smacco è grande. La decisione del partito ripropone un copione già letto e il cui incipit potrebbe essere: ‘di Gian Maria Volonté se ne può fare a meno’. Forse era inevitabile, comunque doloroso. C’è stato molto male. Come se le tante battaglie in favore dei diritti fuori e dentro i set, non fossero servite a nulla; come se è l’esempio stesso a non servire più a nulla in una società sempre più votata all’utilitarismo. E tutto ciò mentre sul paese tirava una brutta aria. E tutto ciò mentre le forze di Gian Maria si stavano affievolendo.

Si ripropone così a distanza di pochi anni il ‘caso’ Gianni Amelio e quel carico d’ingiustizia che l’attore sentiva di aver subito. Amelio lo aveva fortemente voluto in Porte aperte, un film che aveva riportato il nome di Volonté sulla ribalta internazionale regalando al regista una nuova stagione di successo e riconoscimenti. Eppure la lavorazione era stata funestata dalle incomprensioni: Volonté lamentava la direzione troppo interventista del regista, Amelio la sua eccessiva, e mal tollerata, autonomia. Solo il comune amore per il cinema riuscirà, almeno in parte, a colmare le distanze e a far nascere il film. Due anni dopo, nel 1993, è la volta di Lamerica con Volonté chiamato ad interpretare il ruolo di ‘Spiro’, un ex prigioniero italiano che vive in Albania. Una parte scritta appositamente per Volonté a cui l’attore stava lavorando da almeno un anno col consueto rigore. Le scaramucce sul set di Porte aperte sembravano ormai alle spalle e il regista calabrese, con sua grande soddisfazione, era stato accolto tra le mura domestiche dell’attore, un’apertura abbastanza infrequente per Volonté. Poi il finimondo. Durante una telefonata a ridosso dell’inizio delle riprese i toni dei due si accendono; l’attore è imbufalito con Amelio che aveva deciso di dare la parte di Ennio Fantastichini ad un altro attore «perché altrimenti – come è scritto in una lettera del regista conservata presso l’archivio Volonté – verrà fuori un film tuo e non mio, come è accaduto in Porte aperte». Insomma, Amelio s’impone. E’ stufo dei toni bellicosi di Volonté, le sue ingerenze autoriali: insomma è stufo di Gian Maria. Ricorda Angelica Ippolito: «l’indomani mattina fu Antonio Severini (medico personale e amico di Gian Maria n.d.a.) a dargli la notizia. ‘Gian Maria, ho saputo che non lavori più con Amelio… è vero?’; ‘e chi te l’ha detto?’; ‘me l’ha detto Amelio’. Gian Maria ebbe una smorfia di dolore. A quel ruolo teneva tantissimo. Quella stessa mattina Antonio ed io partimmo da Velletri in macchina alla volta della casa romana del regista. Gli chiedemmo di ripensarci, che Gian Maria l’aveva presa malissimo. Il fatto di non essere stato informato dell’estromissione – come Gian Maria ci aveva ripetuto – l’aveva mortificato. Nulla da fare. Amelio fu inflessibile: ‘Volonté è fuori’».

E’ una brutta botta per Gian Maria che segue di pochi mesi la sua esclusione al Parlamento europeo. «E’ stato l’inizio della fine» – ricorda amara Angelica. Con un sistema cinematografico che fatica sempre più a trovargli un ruolo adeguato alla sua straordinaria bravura, Volonté presagisce un futuro incerto (e iniquo), fatto di particine – qualche cameo o poco più – grazie alla benevolenza di registi più giovani e bendisposti. Sapeva di aver dato tutto. Ma la frattura con Amelio giunge sbagliata nel momento sbagliato riacuendo quella depressione il cui insorgere era dovuto al cancro che nel 1982 lo aveva risparmiato al prezzo di un polmone rimasto in sala operatoria. Ma il cancro te lo porti dentro. E dalla depressione Volonté non guarirà mai.

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Volonté in Porte Aperte (1990) di Gianni Amelio

Velletri gli è servita anche a questo: ristabilire un rapporto di necessarietà con il suo ecosistema sociale, non mediato dagli altri: il partito, il produttore, il regista. Gian Maria voleva e sapeva fare da solo. E così, vistosi diradare gli impegni professionali, l’attore aveva intensificato la sua partecipazione alla vita politica, sociale e soprattutto culturale di Velletri. Al Palazzo del Vignola – sede del palazzo municipale – era di casa e la battaglia per la riapertura del teatro cittadino Artemisio – che oggi porta il suo nome – gli aveva procurato un grande consenso tra i concittadini cui si concederà, soprattutto nell’ultimo anno di vita, con generosità. Anche così – pensava Volonté – si poteva fare politica dal basso, sul territorio, riproponendo quegli ideali mutualistici che erano il cardine del suo pensiero e che per molti anni avevano trovato un approdo sicuro nell’allora Partito Comunista Italiano, il P.C.I. Quello di Longo, Berlinguer, Natta, Ingrao. Volonté non è mai stato un militante organico. Negli anni della maturità, poi, il rigore e la riservatezza che gli erano propri – tanto più grandi quanto discreti nonostante le ingenti elargizioni a favore di chi meno aveva e di cui nessuno sapeva – gli rendevano impraticabile la lotta politica che conduceva esclusivamente sul piano delle idee; gli impulsi anarchici e radicali lo rendevano disomogeneo e per questo inviso all’ala moderata del partito eppure Gian Maria considerava la centralità del P.C.I. uno strumento di emancipazione delle masse popolari. Ci credeva veramente. Perciò l’inaspettata fine della stagione comunista preannunciata dal segretario Achille Occhetto il 12 novembre del 1989 alla Bolognina, era stata vissuta dall’attore con grande dolore. Il giorno dopo Volonté, dalle pagine de «l’Unità» aveva fatto sapere: «Dirò adesso, che non vuole dire subito, che la proposta di Occhetto più che un quiz mi pare un blitz. Per quel tanto di squisitamente politico che i pronunciamenti generalmente esprimono, io sono curioso e contrario». Quella che inizialmente appare una frattura insanabile, andrà via via rinsaldandosi sul valore fondativo dell’antifascismo e della Resistenza e alla Festa dell’Unità di Bologna del 21 settembre 1991, la prima all’ombra della Quercia, Volonté è sul palco alle spalle del segretario Occhetto: per il rispetto che sentiva di dovere alla sua gente e alla sua stessa storia personale, perché gli era nemmeno concepibile l’idea di tradire la casa comune, Volonté rimarrà nel Partito Democratico di Sinistra. Ma la abiterà da militante critico e da uomo deluso che, in fondo, non ha mai condiviso le ragioni di quella svolta.

E poi? Com’è andata a finire? Le elezioni del marzo ’94 avrebbero dovuto registrare una vittoria scontata della coalizione progressista all’indomani del crollo dei partiti tradizionali sotto i colpi dell’inchiesta giudiziaria «Mani Pulite». Ma la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la sua soverchiante forza mediatica aveva annichilito «la gioiosa macchina da guerra» messa a punto da Occhetto che non sopravvivrà alla disfatta elettorale. Con Emilio Fede che il 28 marzo del 1994, dall’edizione serale del suo TG4 annuncia con la voce rotta dalla commozione la vittoria di un uomo «contro tutto e contro tutti»  ha inizio almeno idealmente il ventennio berlusconiano che, al netto di otto anni all’opposizione, plasmerà profondamente il carattere degli italiani e l’immaginario collettivo. E anche la giornata di quell’altro uomo «contro tutto e contro tutti» che dietro al cancello nero della sua villa di Velletri, nella grande cucina attraversata dai tanti effluvi, ripensa a un mondo che gli sta crollando addosso. E forse per la prima volta sente di essere troppo vecchio per voler capire.

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Gian Maria Volonté nella sua casa di Velletri

Gian Maria Volonté – L’ultimo sguardo© di Stefano Loparco. Riproduzione riservata

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