Chi era Gualtiero Jacopetti, il regista di Mondo cane (1962) e Africa addio (1966)? Un eccentrico intellettuale penalizzato dal suo essere fascista, reazionario e di destra, un protagonista della dolce vita romana, un cineasta coraggioso. Così lo presenta ai lettori, nella prima biografia a lui dedicata, Stefano Loparco. La filmografia di Jacopetti è scarna: “Sei film che intendono descrivere i molti modi in cui si dà l’esperienza umana alle varie latitudini del pianeta e ai diversi gradi dell’evoluzione sociale. Avvenimenti bizzarri, spesso raccapriccianti quando non sadici, reinterpretati in una trasposizione realista mai sperimentata prima di allora dal cinema”. Un “cinema estremo” che fa irruzione nel sistema cinematografico degli anni Sessanta e anticipa di almeno trent’anni l’avvento dei reality-show. (Stefano Loparco, Gualtiero Jacopetti. Graffi sul mondo, edizioni Il Foglio, pp. 334, euro 16)
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Libero Quotidiano dedica la prima pagina della cultura a ‘Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo’

Domenica, 9 marzo, Libero Quotidiano ha dedicato un’ampia pagina a Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo’. Scrive Giorgio Carbone: ‘Loparco più che un biografo è un appassionato, certosino archivista. Ha recuperato tutto (o quasi tutto) quanto scritto sul personaggio e ha legato i vari capitoli con buona prosa. Lasciando ai lettori non Jacopetti ma un bel pò di strumenti per capirlo’.
Graffi sul mondo al BUK – Festival dell’editoria di Modena
Domenica, 23 febbraio 2014. Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo fa il suo ingresso in società. Eccolo al Buk di Modena, fiera della piccola e media editoria. Tra i titoli in catalogo delle Edizioni Il Foglio è risultato il più venduto. E con una testimonial così, non sarebbe potuto essere altrimenti.
Il nulla che va raccontato: La grande bellezza
L’apparato umano di Jep Gambardella. Romanzo di formazione di un giovane in estatica contemplazione della sua eclissi amorosa, quando gli elementi del creato convergono allo Zenit, quando tutto è come appare: una notte stellata, il mare silente, le onde che s’infrangono sui faraglioni e al centro della scena, lei, bellezza acerba che la parola inciampa. «Adesso voglio farti vedere una cosa…. » – dice all’innamorato cominciando a spogliarsi. Jep è paralizzato («Io non mi muovevo. Non avrei potuto muovermi»). Davanti a quei piccoli seni, il momento preciso che separa il vivere dall’aver vissuto, la vertigine dall’abisso, una nuova teoria della conoscenza e del sé.
E’ la sequenza finale de La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino, l’explanandum di una pellicola che per oltre due ore mette in scena il cupio dissolvi di un’umanità lacerata sullo sfondo di una Roma magniloquente e metafisica, una cornice intarsiata in foglia d’oro al cui centro brulicano vite senza direzione e senso, come goccioline raggrumate sulla tela di un Pollock: intellettuali e starlette, aristocratiche e spogliarelliste, perdigiorno e alti prelati, un’intera sociologia ritratta nel suo agitarsi compulsivo che ritrova la sua ragione d’essere nel rito carnevalesco del ‘trenino’.
E Jep? Cosa ne è stato dell’ultimo Gambardella? Non è meglio degli altri. Cinico e disincantato, sopravvive al vuoto interiore al prezzo di un’amara ironia, ultimo baluardo al male di vivere. Un’esistenza al risparmio, la sua, sempre al centro della scena, mai della vita: è benestante e annoiato, intelligente ma scostante (L’apparato umano, vincitore del premio Bancarella, è il suo unico libro), non invidia, non è invidiato. Per vivere fa il giornalista, così. Piacente, raffinato, sensibile, Jep trascorre le giornate immerso nella mondanità ma nel buio sociale lo si vede riconquistare il silenzio, andandosene per le vie di una Roma deserta, segno di un fondo misantropico forse dimenticato. Jep è un sopravvissuto. E sa di esserlo. Orfano di quei seni ma ancora vincolato a quel patto di bellezza mai disciolto, si è immolato sull’altare dei mediocri («Io sono stato deludente»). Non ha perso, né vinto. Si è ritirato. Nulla è possibile se la meta è irraggiungibile. Così la bellezza non vivifica il mondo sociale – lascia intendere la pellicola di Sorrentino –, sopravvive nei fasti architettonici di una Caput mundi che nessuno dei protagonisti de La grande bellezza sembra apprezzare.
Già, i protagonisti. Una galleria di nuovi mostri del III millennio, oltre il pudore e la vergogna. ‘Cafonal’ alla Mutande pazze (1992) cresciuti in quel cono d’ombra, reale e illusorio, che va da Andy Warhol a Roberto D’Agostino. Votati al culto della bellezza (chirurgica) e al divertissement, invece sopraffatti dall’horror vacui, sempre bisognosi di un ‘rinforzo’, una spalla amica, una parola buona. Che non c’è. E’ il caso di Jep che durante una festa s’incarica di demolire l’auto rappresentazione dell’amica, sedicente donna di specchiata moralità e madre affettuosa, come fin lì si era professata («Stefa’, madre e donna, hai una vita devastata come tutti noi. Allora invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione. Non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, pigliarci un po’ in giro. O no?»). La donna si trincera in un silenzio carico di vergogna. Reputazione compromessa? Amicizia troncata? Niente affatto. Jep e Stefania continueranno a frequentare la stessa combriccola ‘fin che trenino non li separi’. Nulla si crea e nulla si distrugge al tempo de La grande bellezza. Le biografie non creano valore, densità etica. Contano le rappresentazioni del sé e anche quella di Jep è solo una maschera, più incline all’intrattenimento – è pur sempre un istrione – che all’invettiva morale. Manca ne La grande bellezza la drammaturgia che permea l’opera di Antonioni. Con Sorrentino si oltrepassa la dimensione del tragico per librarsi nel più compiuto non-sense. I protagonisti soffrono non la mancanza di legami significativi – non è l’incomunicabilità la natura del male – ma l’implosione del senso quale precondizione dell’identità. Ed eccoli i protagonisti di questo paesaggio ‘insensato’: Dadina la nana (Giovanna Vignola), caporedattrice del giornale su cui scrive Gambardella, Romano (Carlo Verdone), sceneggiatore teatrale romantico e idealista, Stefania (Galatea Ranzi), l’amica radical-chic, Viola (Pamela Villoresi), vedova facoltosa e madre di un ragazzo schizofrenico, Orietta (Isabella Ferrari), la fiamma destinata presto a spegnersi, Lello (Carlo Buccirosso), industriale dongiovanni fintamente innamorato della moglie Trumeau (Iaia Forte), paciosa e dedita al pettegolezzo e Ramona (un’intensa Sabrina Ferilli), spogliarellista avanti con gli anni dallo sguardo arreso ma sincero.
Ma allora, di cosa parla La grande bellezza? Del nulla o di nulla che apparentemente meriti d’essere raccontato: si chiacchiera, si canta, si balla, si fa sesso: si sopravvive. Fino al giorno dopo, giorno in cui si chiacchiererà, si canterà, si ballerà, si farà sesso. Qualcuno morirà.
Tutto qui? Si. E’ poco, si dirà, e qualcuno, infatti, lo ha detto. E a ragione. Sulla scia del capolavoro felliniano La dolce vita (1960), Sorrentino indaga un fenomeno – la mancanza di senso in seno alla contemporaneità – frequentato da artisti e intellettuali dall’alba del Novecento, e lo fa – considerati i limiti di un’opera d’intrattenimento – limitandosi alla rappresentazione. Ma è sul piano eminentemente cinematografico che l’opera di Sorrentino convince. La costruzione delle inquadrature, i movimenti di macchina, la consistenza interpretativa, fanno di La grande bellezza un caso a sé nella produzione autoctona degli ultimi venti anni. Una pellicola che abbandona i cliché della commedia all’italiana, rifugge gli stereotipi vetero-realisti di certo cinema giovanilistico e affonda in una tradizione – quella della commedia umana fondata da Sorrentino – che è già scuola. Un cinema che accetta la complessità amalgamando piani di lettura e concatenazioni di sequenze, senza perdersi nei dettagli ma esaltandoli; un cinema formalmente inespugnabile fatto di campi lunghi, carrelli, piani sequenza e primi piani, virtuosamente alternati in una sincope dal lascito ipnotico. Come ipnotico è l’incipit della pellicola girato sul colle del Gianicolo, a Roma. Dal colpo del cannone salutato dai rintocchi di campane alla rapida carrellata di volti e monumenti (‘Roma o morte’ – è la sinistra profezia iscritta alla base del busto di Garibaldi), l’interpolazione tra la visione multioculare di un coro dentro la Fontana dell’Acqua Paola – che esegue la straniante I Lie di David Lang – e la morte di un turista sopraffatto dall’abbacinante bellezza del panorama capitolino, fino alla chiusa che ‘affonda’ nelle acque della fontana per poi abbracciare, in una visione d’insieme, la terrazza del Gianicolo; a terra il corpo senza vita del turista, sullo sfondo i rilievi capitolini bruciati dal sole mentre in aria risuonano le voci dolenti del coro. Anche così potrebbe bastare: il talento di Sorrentino è soverchiante.
Ma servirà indagare la costruzione formale dell’opera – quella rigorosa geometria fatta di spazi pieni e vuoti, punti prospettici e vie di fuga, luci e ombre – per raccontare La grande bellezza? No. La pellicola di Sorrentino trascende la tecnicalità per regalare allo spettatore – nel vagare senza meta di Jep – alcuni momenti di grande fascinazione: i profili dei monumenti sottratti al buio, il bacio appassionato dei giovani innamorati, l’andirivieni divertito delle religiose, lo sguardo assente della starlette a bordo di una Limousine, fino all’incontro casuale – carico di stupore infantile e rassegnazione – di Jep con Fanny Ardant, icona di un tempo perduto.
Alla percezione della propria finitezza e lo spettro della morte – sarà un’umile suora, ‘la santa’, a dare una plausibile risposta al bisogno di sacro che via via sembra affiorare nella vita del giornalista –, Jep contrappone illusoriamente il suo vuoto armamentario fatto di feste e ‘trenini’ che ‘non vanno da nessuna parte’. E non potrebbe essere altrimenti. Jep è rimasto sempre lì, in quel luogo della memoria in cui si è cristallizzata l’immagine suprema dell’amore giovanile: «Su un isola, d’estate. Io avevo diciotto anni, lei venti. Al faro di notte. Io mi avvicinai per baciarla, lei si girò dall’altra parte. Rimasi deluso. Poi lei tornò a guardarmi. Mi sfiorò le labbra. Aveva l’odore dei fiori. Io non mi muovevo. Non avrei potuto muovermi. Poi lei fece un passo indietro e mi disse… fece un passo indietro e mi disse: ‘adesso voglio farti vedere una cosa…‘».
Ecco il momento preciso che separa il vivere dall’aver vissuto, la vertigine dall’abisso, una nuova teoria della conoscenza e del sé. Senza bellezza ogni promessa di felicità è disattesa. E al crepuscolo della vita, Jep trova la forza di spezzare il disincanto. E il suo nuovo romanzo può finalmente avere inizio: «E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla, bla, bla, bla…».
‘Gualtiero Jacopetti – Graffi sul mondo’. Scheda presentazione del libro

pp. 375, ed. Il Foglio letterario. In uscita a marzo 2014.
Roma, 25 ottobre 2013. Studio di Carlo Gregoretti

Ultima revisione delle dichiarazioni di Carlo Gregoretti presenti in ‘Graffi sul mondo – Gualtiero Jacopetti’.
Nello studio privato di Carlo Gregoretti

Carlo Gregoretti mi fa dono di una sua opera scritta in occasione del centenario della fondazione della casa cinematografica Titanus.





