Un pizzico di trinciato nel fornello, il cerino acceso e il tabacco che brucia pigro. E poi l’ampia boccata, lunga e distesa. Come sul pentagramma, la nota e la pausa. Così gli piaceva mostrarsi; con la pipa in mano e la testa avvolta in una nuvola di fumo che osservava salire attraverso le lenti spesse dei suoi occhiali.

Arnoldo Foà e la pipa. Un connubio sincero, mai rinnegato anche quando a intimarglielo sono i medici curanti che avrebbero preteso una maggior morigeratezza nel vizio. Ma a Foà la pipa piaceva e piaceva farsi ritrarre in sua compagnia. Ne possedeva oltre cinquanta. Alcune di marche prestigiose – quasi sempre regalategli da amici e ammiratori. Veri oggetti d’arte costruiti artigianalmente con le migliori radiche, impreziosite da ghiere d’oro, numerate e punzonate. Insomma, il bengodi per ogni fumatore di pipa. Se non fosse che a Foà della marca non è mai importato nulla. Distingueva l’’oggetto’ dalla ‘funzione’, il valore della cosa in sé dal valore di scambio. Amava le sue ‘radiche’ per il piacere che sapevano donargli. «La vita può essere un gioco o un dramma – aveva detto una volta. Una pipa in bocca aiuta a giocare un po’ con quel pizzico di cultura che permette un godimento totale della propria esistenza su questa terra».

Arnoldo Foà. Difficile non rischiare la retorica quando l’oggetto di osservazione è – come è presentato dall’enciclopedia Treccani – «uno dei più autorevoli attori italiani presenti sulla scena artistica del Novecento». Artista eclettico (teatro, cinema, televisione, radio sono solo gli ambiti più noti di una personalità proteiforme che si è dedicata con eguale entusiasmo alla scultura e alla pittura), uomo di cultura e impegno civile (è del 1960 la sua breve parentesi politica nelle file del Partito Radicale in qualità di consigliere comunale a Roma); un’anima densa e profonda quella di Arnoldo Foà, quanto la timbrica della sua inconfondibile voce – scura e leggermente nasale – che ha ammaliato generazioni di connazionali. Odiava che glielo si facesse notare («io non sono una voce; sono una testa pensante!»), forse perché la natura – con lui sin troppo generosa – non lo aveva messo in contatto con gli effetti risorgenti della sua alta dizione. Una voce calda, suadente, elegante, la sua. Un richiamo ancestrale a quanto c’è di più caro nella vita di un uomo: la casa, la madre, un dio giusto, buono e misericordioso, nemesi profana al suo conclamato ateismo.

Di carattere ondivago, irruento e tenero, periglioso e mansueto, Foà. Anche mordace, finanche burbero quando si trattava di difendere i valori per cui aveva speso la vita: la forza dell’intelletto e le ragioni del cuore («Io nego – diceva ormai anziano – l’abbrutimento del cervello, combatto per la Ragione. Per questo corro, lavoro, mi sposo»). E il coraggio. Virtù che si è trovato a coltivare sin da giovane, quando Arnoldo Foà non è ancora il monstrum, colui che è sceso dalle spalle dei giganti – come oggi il mondo dell’arte lo piange – ma è Puccio Gamma, l’ebreo romagnolo, costretto ad abbandonare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma (a cui era iscritto dopo una breve parentesi presso la facoltà di Economia e Commercio a Firenze) a causa delle leggi razziali del 1938. Anni di rinunce, rabbia e frustrazione – cresciuto negli agi di una famiglia borghese ma avida d’affetti – con quel falso nome (espediente adottato dall’attore per dissimulare la sua origine ebraica) che gli ha consentito, però, di continuare a rincorrere il suo sogno: è lui, Puccio Gamma, a rimpiazzare l’attore titolato che, un’indisposizione o una malattia, hanno trattenuto a letto all’ultimo momento. Questo gli è consentito fare. E questo farà. L’8 settembre 1943 – assunto alla Radio alleata PWB a Napoli – è sempre Puccio a comunicare ai connazionali, attraverso l’etere, la firma dell’armistizio tra le forze alleate e i tedeschi del Reich. Così l’artista ha ricordato quegli anni nel suo libro di memorie, Autobiografia di un artista burbero (2009): «La mia vita è stata segnata dalla tragedia di un secolo. Ero giovane e non potevo lavorare, non avevo soldi, non potevo usare il mio nome, ma dentro avevo tanta forza, tanta rabbia … e amore, amore per la vita, per l’uomo che avrei potuto diventare, se l’orrore fosse finito un giorno…».

Poi quel giorno è venuto. L’orrore è finito e Puccio, ostinatamente, caparbiamente, ha mostrato al mondo cosa l’infamia nazi-fascista avrebbe potuto impedire, diventando l’uomo che sentiva di essere. Da lì tutto d’un fiato: a teatro lavora con Visconti, Squanzina, Strelher, Menotti, Ronconi –, recita e dirige Shakespeare, Pirandello, Checov, Aristofane, Plauto, Caldwell, O’Neill. Nel 1957 l’esordio come autore teatrale con «Signori buonasera» seguito, tra gli altri, da «La corda a tre capi», «Il testimone», e più recentemente «Amphitryon Toutjours» (Festival di Spoleto 2000), e – del 2005 – «Oggi». La sua passione musicale (adorava Beethoven) lo porta ad allestire opere quali «l’Otello» di Verdi, «Il pipistrello di Strauss», «Histoire du soldat» di Stravinskij. In oltre mezzo secolo di carriera ha letto le migliori intenzioni dei poeti: Leopardi e Dante – che amava su tutti –, Neruda, García Lorca, Lucrezio, ha prestato la voce ad alcune icone del grande schermo, tra cui, A. Quinn, J. Wayne, P. Ustinov e T. Mifune. Oltre cento i suoi film – dalla seconda metà degli anni Trenta –, girati con registi del calibro di Alessandro Blasetti, Pietro Germi, Damiano Damiani, Giuliano Montaldo, Orson Welles, Joseph Losey, Edward Dmytryk, Nunnally Johnson, Tony Richardson, Christian Jacques. In televisione – il mezzo che lo ha reso noto al grande pubblico – è attivo sin dalla sua nascita, con i primi anni Cinquanta. Impossibile non menzionare almeno «L’isola del tesoro» (1959) di Anton Giulio Majano, «Le inchieste del commissario Maigret» (1968) di Simenon, «La freccia nera» (1968-1969) e «Bel Ami» (1979) di Sandro Bolchi.

Una vita irrequieta, quella di Arnoldo Foà. Sensibile (anche al fascino femminile), ruvido, libero, vanitoso, ironico. Disinteressato alla politica e a chi ne ha fatto il suo mestiere. Pochi amici (nell’ambiente artistico praticamente nessuno), sempre in movimento da un teatro all’altro, fino all’esilio volontario alle Seychelles nel 1994, incapace di accettare l’esperienza governativa dell’allora nascente centro-destra italiano. Al rientro nel Belpaese – quattro anni dopo – c’è ancora del lavoro da fare. Teatro, cinema, televisione e i libri a cui si dedicherà in età avanzata (tra gli altri, «Recitare – I miei primi sessant’anni di teatro», 1998, «Joanna. Luzmarina», 2008, e «Autobiografia di un artista burbero», 2009). Vanno inoltre ricordate – per la capacità di dare sostanza all’artista – alcune scelte insolite come la conduzione del Festival di Sanremo del 1970 e, in anni recenti, le collaborazioni con Eva Henger («Un mostro di nome Lia», 1997) e Frankie Hi-nrg mc («Ero un autarchico», 2003).

Una carriera ricca di attestati e riconoscimenti. In ambito teatrale, non c’è premio che Foà non abbia vinto. Ha fatto incetta di lauree honoris causa e cittadinanze onorarie mentre nel 1998 il capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, lo ha nominato Cavaliere di gran croce, la più alta onorificenza dell’Ordine della Repubblica. In molti lo avrebbero voluto senatore a vita. E lo avrebbe meritato. Ma non ce n’è stato il tempo o forse sì, ce ne sarebbe stato. Ma tant’è. E’ andata come è andata.

L’11 gennaio 2014 cala il sipario sulla vita di Arnoldo Foà. La ‘voce’ smette di parlare. Avrebbe compiuto 98 anni da lì a pochi giorni. Era nato, infatti, a Ferrara il 26 gennaio del 1916. Lascia la quarta moglie, Anna Procaccini, di 46 anni più giovane e quattro delle sue cinque figlie (Annalisa Foà, figlia dell’attore che del padre aveva diviso la professione, è morta nel luglio del 1995 divorata dal cancro).

Non sappiamo come l’attore abbia vissuto i suoi ultimi travagliati giorni, chiuso in una camera d’ospedale del San Filippo Neri, a Roma. Ci piace immaginare, però, che giunto al termine della sua lunga parabola umana, al volgere del secolo di vita, l’ultimo pensiero lo abbia rivolto a lei che ha sempre desiderato prepotentemente con l’ardore dell’impeto giovanile: la sua pipa, ancora poggiata sulla rastrelliera del suo studio. Arnoldo Foà e la pipa, un connubio inscindibile, un amore mai tradito, nella buona e nella cattiva sorte. Come quando, nel 2010, ricoverato a Savona a causa di un’infiammazione addominale, a chi gli chiedeva delle sue condizioni, aveva sbottato: «Come sto?! Sto che vorrei fumare e non mi lasciano. È così che sto: come uno che vuol fumare e non può farlo!»

 

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