Quel giorno mi ero messo in testa d’intervistarlo per il mio libro su Klaus Kinski – Del Paganini e dei capricci -, ma non avevo il cellulare. Però potevo contare su quello di un suo amico che mi aveva dato Gerardo Di Cola. L’avevo chiamato, non l’aveva; mi aveva dato quello di un altro amico. Che l’aveva. E così quel pomeriggio, dopo aver ‘parlato’ con Tom Hanks e Brad Pitt – perché gli amici di Sergio per mestiere parlano così -, l’avevo finalmente raggiunto nella sua casa romana. Una telefonata cordiale, una mezz’ora buona. Eppure… eppure la sua voce non mi diceva nulla; non esercitava su di me alcun fascino, nulla di quanto avevo ascoltato in Nosferatu – Principe della notte. In carriera era stato Donald Sutherland, Peter O’Toole, il prof. Farnsworth di Futurama e tantissimi altri ma a ma appariva solo la voce di un signore avanti con l’età. Mentre la telefonata volgeva al termine, gli ho chiesto un ricordo sulle sessioni di doppiaggio del film di Herzog e com’era stata ‘costruita’ la voce del vampiro, su quale codice interpretativo. Ricordo che Sergio – che all’epoca era anche direttore del doppiaggio – parlava spedito, spesso rideva. Ma al ricordo del redivivo – la sua angoscia terrena, la fame d’amore -, ha allentato il ritmo, la voce s’è fatta profonda, in gravitas e io… io mi sono trovato a parlare con Nosferatu, era lui. Brividi. Quelli di sempre. Ti ricorderò Sergio Graziani. Mandi.
Foto: Premio alla carriera al Gran Premio Internazionale del Doppiaggio.
S’intitola Laura Morante – In punta di piedi l’ultimo libro di Stefano Iachetti per le Edizioni Sabinae in collaborazione con la Cineteca Nazionale – Centro Sperimentale di Cinematografia. Con i contributi, tra gli altri, di Carlo Verdone, Gianni Amelio, Elisabetta Sgarbi, Pupi Avati e Michele Placido (manca Nanni Moretti che nella circostanza – racconta l’autore nella prefazione – fa dire alla segretaria che «non avrebbe trovato il tempo di parlare» del soggetto biografato) ma la firma in calce al progetto è quella dell’autore romano, segno di accuratezza, mai banale. Qualche anno fa era stata la volta di Asia Argento: la strega rossa (2014) ora è, appunto, Laura Morante – in punta di piedi, donne e carriere con più di sei gradi di separazione, non fosse per quel tratto inquieto della personalità che le accomuna e nel cui solco l’autore sembra voler avviare le proprie indagini. E par di vederlo in scrittura, Stefano, arrovellarsi alla ricerca della migliore sintassi insidiato dalla fascinazione senza tempo di Morante (il testo è corredato da una galleria di foto inedite, spesso di bellezza impraticabile). Par di vederlo durante le sessioni di intervista rievocare la parentela con la grande zia Elsa – sorella del padre –, poi la danza bimbetta, il teatro con Carmelo Bene, il cinema da Bernardo Bertolucci in poi e il grande successo. Tutto d’un fiato: Colpire al cuore (1982) di Gianni Amelio, Bianca (1983) e La stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti, Turné (1990) di Gabriele Salvatores, Ferie d’agosto (1996) di Paolo Virzì, Ricordati di me (2003) di Gabriele Muccino, L’amore è eterno fin che dura (2004) di Carlo Verdone, fino all’esordio alla regia con le commedie romantiche Ciliegine (2012) e Assolo (2016). Laura non nasconde nulla: amori, passioni e psicanalisi. Eppure l’indagine avanza. Le si chiede conto della sua timidezza, delle scelte artistiche – e del perché di un film ‘scandaloso’ come Lo sguardo dell’altro (1997) di Vicente Aranda –, degli amori, degli ex compagni, dei figli, della spiritualità (la religione no, è atea), della letteratura, delle arti in genere in un discorso che abbandona presto il canovaccio della biografia convenzionale per farsi racconto intimo. Stefano annota tutto e quando è tempo di approdare in libreria, consegna al lettore l’immagine di un’artista anticonvenzionale – spigolosa, cerebrale, vulnerabile –, né musa («la convinzione di essere belli viene da piccoli, io non ce l’ho mai avuta»), né diva («non sapevo fare niente […]. Ho avuto il torto di non aver preso sul serio il mio mestiere per molto tempo […]. Dopo negli anni ho fatto anche buone cose») perché in fondo – è l’attrice a spiegarlo – «il cinema è un meraviglioso inganno» ma «nulla è all’altezza dei grandi libri». Così Laura dice di sé. Con compostezza. Ma quando la parola passa di bocca in bocca, il fenomeno Morante si fa impetuoso com’era giusto dire: «la prima volta che l’ho vista ne sono rimasto folgorato. Aveva un che di androgino e si muoveva in modo selvatico» (Gianni Amelio); «non credo di aver mai visto una faccia bella come la sua» (Liliana Nerli Taviani), «l’attrice più femminile del cinema italiano» (Michele Placido); una donna «insicura» (Carlo Verdone), «guardinga» (Peter Del Monte), «non facile» (Daniele Costantini), eppure bella, colta, elegante. E di talento.
Così Stefano racconta Laura in centosettanta pagine. La sua passione per l’interprete toscana – dichiarata apertamente nel libro – non fa apparire In punta di piedi parziale o manchevole. Semmai è l’oggettività che l’autore va cercando. Perciò le tante testimonianze, gli articoli dell’epoca e il ricco apparato iconografico, perciò i tanti perché – alcuni davvero non facili – che qui trovano risposta, perciò il senso di una scrittura empatica che attraverso l’arte ritorna alla persona. Perché il cinema è sì un magnifico inganno. Poi resta Laura, il suo stare al mondo. Oggi come allora: in punta di piedi.
Dice tutto (e bene) Claudio Bartolini. Per quanto mi riguarda, posso solo aggiungere (come ho tentato di spiegare nel testo delle Edizioni Bietti in collaborazione con Nocturno Cinema e FI PI LI Horror Festival) che Dellamorte Dellamore non è quel filmetto che si è detto fin qui. Non solo.
MICHELE SOAVI: IL PUNTO DEFINITIVO
Novità a pioggia in quel di Bietti Edizioni. Non esistevano pubblicazioni monografiche su Michele Soavi. Ci abbiamo pensato noi di Bietti, con l’aiuto di Nocturno e il sostegno fondamentale di FI PI LI Horror Festival diretto da Alessio Porquier, a colmare la lacuna con due strumenti complementari che – insieme – formano un moloch teorico-aneddotico-fotografico-analitico su uno tra i registi di culto del cinema e della tv italiani.
Il primo oggetto è quello di cui vado più fiero: è il volume apripista della nuova collana I libri di INLAND, diretta da Ilaria Floreano e dal sottoscritto, che da ora in poi affiancherà il main catalogue di Bietti Heterotopia proponendo una serie di opere legate ai contenuti di INLAND. Uno spin-off della nostra storica collana e, al contempo, della nostra rivista monografica. Apriamo con “Michele Soavi. Cinema e televisione”, monografia compatta e coesa a firma Ilaria Feole (già autrice per Bietti Heterotopia di “Wes Anderson. Genitori, figli e altri animali”), capace di percorrere cronologicamente (e integralmente) la carriera del regista da “Deliria” (1987) a “Rocco Chinnici” (2018). Non manca nulla, nemmeno videoclip e documentari. Un libro che è già culto, al quale ho avuto il privilegio e il piacere di prendere parte in prima persona scrivendo i micro-saggi sulle opere dal 2008 a oggi. Un oggetto economico (meno di 15 euro), peculiare per formato (più stretto e alto degli Heterotopi) e copertina: niente immagini, parlano i testi e il monocolore (lo stesso dell’INLAND abbinato). Il secondo oggetto è ovviamente, il fascicolo periodico ormai di culto. Dopo la croce rovesciata su rosso di Rob Zombie, il materassino su azzurro di François Ozon, la barca su verde di Lav Diaz, il diamante su fucsia di Nicolas Winding Refn e il seghetto su giallo di Sergio Martino, ecco la Uno (bianca) su ruggine di Michele Soavi. Se il volume di Feole compie una carrellata di profondità sulle opere del Nostro, questo spillato di 60 pagine coglie ed enuclea spigolature al solito eccentriche, con saggi di raro acume e competenza. Merito di Corrado Colombo e Giovanni Modica (sezione Profili), di Andrea Scarabelli, Marcella Leonardi, Rocco Moccagatta, Ilaria Feole e Anton Giulio Mancino (sezione Confluenze), di Donato Dallavalle, Pier Maria Bocchi, Stefano Loparco, Fabrizio Fogliato, di nuovo Moccagatta e Manlio Gomarasca (sezione Audiovisivi). Merito anche di un eccezionale portfolio fotografico a color di 12 pagine, con scatti di scena e set dai film soaviani. Per la prima volta, dunque, oltre ai distintivi e preziosi disegni inediti di Alessandro Colombo, INLAND si dota di un apparato iconografico. Per quanto riguarda i testi, beh, siamo come sempre a prova di refuso grazie al lavoro della redazione (Caterina Bogno, Elisabetta Sainaghi) guidata da Ilaria Floreano. Tanta carne al fuoco, gente. Tutta di prima scelta. Vi aspettiamo a Livorno, al FI PI LI Horror Festival, dal 28 aprile, per parlarvi di questi progetti e presentarli in anteprima esclusiva. Saranno disponibili gli INLAND in versione cartacea, gratuiti per chi acquisterà il volume e per chi presenzierà agli incontri. Scusate la prolissità, ma cose del genere non capitano tutti i giorni. Non a meno di 15 euro, perlomeno!
Esce in libreria Prandino, l’altro Visconti. Vita e film di Eriprando Visconti, regista milanese a cura di Corrado Colombo e Mario Gerosa (Ed. Il Foglio, p. 280, € 16) dedicato alla carriera cinematografica del più illustre nipote di Luchino: Eriprando Visconti, detto Prandino. Autore di La orca (1976), Oedipus Orca (1977) e Una spirale di nebbia (1977) – solo per citare i titoli più noti -, Visconti è stato un grande metter en scène di personaggi moderni e problematici, che raccontò una delicata società in transizione, non disdegnando un’apertura verso il cinema di genere, nobilitato da un’aristocratica veste autorale. Prefazione di Manlio Gomarasca. Saggi di Claudio Bartolini, Riccardo Bianchi, Luca Cirillo, Corrado Colombo, Maria Sole Colombo, Stefano Di Marino, Nicola Falcinella, Mario Gerosa, Marco R. Locatelli, Stefano Loparco, Anton Giulio Mancino, Davide Pulici, Marcella Rosi, Mariangela Sansone, Vito Zagarrio e Fabio Zanello.
C’è voluta la morte e l’avvento di una nuova critica cinematografica per riscoprire l’opera di Eriprando Visconti. E veder finalmente affiorare tra i grovigli dei corpi del suo cinema i dubia esistenziali e personologici di quel pezzo di Novecento, massimamente critico ed esistenzialista, che in Bergman, Antonioni, Nietzsche, Flaubert, Camus, Sartre, Montale, Moravia, Bulgakov e lo stesso Luchino Visconti ha trovato alcune delle sue voci più autorevoli; i grandi maître à penser del proprio tempo presso cui Eriprando si è acquattato senza nemmeno osare la scalata. Nel corso di una delle sue ultime interviste, aveva detto: «Sono sempre vissuto tra giganti, come Gulliver. O meglio, facendo cinema, mi sono sempre trovato vicino a un gigante, mio zio Luchino, che mi ha aiutato in tutti i modi, ma che, proprio perché era lui, mi ha sempre suscitato, senza volerlo minimamente, un profondo, radicato complesso di inferiorità. Lo guardavo, guardavo i suoi film, e sentivo che non riuscivo a crescere». Ecco, allora sì che Prandino, nonostante il suo meraviglioso metro e novanta d’altezza, è stato «piccolo» – come scrisse ‘quel’ maggiore organo d’informazione del Paese –; piccolo almeno quanto chi guarda al mondo all’ombra dei giganti. Ma da lassù. Sull’orlo dello stesso abisso esistenziale.
Non so perché ma non ero mai stato a La Maddalena… ora so perché ci tornerò. Nei libri, racconto le vite degli altri. Prima però me le faccio spiegare. Ecco, da biografo credo che Giovanna Gravina Volonté sia l”indizio’ più prossimo al padre. Perché tutto in Giovanna parla di Gian Maria. Tutto a La Maddalena parla dei Volonté. E tutto ha il sapore del vero.
Anche il mio Visconti termina qui (insomma, oggi). Domani consegno le mie pagine al curatore che, assieme ad altre, andranno a comporre il primo ritratto editoriale del regista Eriprando Visconti, il più celebre dei nipoti di Luchino Visconti (per usare un’espressione infelice ma efficace). Ho tralasciato la parte critica – così mi è stato chiesto corrispondendo, però, a una mia esigenza via via sempre più marcata -, soffermandomi sugli elementi culturali che compongono l’ossatura del cinema, in riferimento alla biografia dell’uomo. Invoco la clemenza di tutti gli attori coinvolti. E di Mario Gerosa e Corrado Colombo che hanno creduto che avessi qualcosa da raccontare.